Un falso monumento per un falso eroe

Premessa.
Aprile 2018.
In tutta Italia aumentano gli episodi di esplicito sostegno a L. T. (il ventottenne che, a seguito dell’omicidio di una ragazza in cui sono implicati alcuni spacciatori nigeriani, ha deciso di vendicare la vittima aprendo il fuoco su persone di colore che passeggiavano per le strade di Macerata il 3 febbraio scorso, ndr.). Dichiarazioni di appoggio sui social, scritte simpatizzanti nei luoghi pubblici e striscioni che inneggiano a L. T. si fanno sempre più frequenti e più schietti. (Così, lentamente ma non troppo, un fascista dichiarato che ha compiuto un attentato terroristico si trasforma presto nell’eroe col tricolore per mantello. Dell’eroe sembra possedere lo spirito di sacrificio e l’etica cavalleresca, la strada qrcome scuola, la storia come passione, e, non ultime, una glock e una macchina nera come fedeli compagne. Per non parlare del nome di battaglia con cui si ostinano a chiamarlo anche i giornali locali. Alé.
Eccolo dunque trasformarsi in colui che finalmente ha avuto
il coraggio e la bontà d’animo di sparare a caso ai neri.
Perché veramente non se ne poteva più. Ndr.)

I.
Giunto in stile libero dalle profondità amniotiche, Accorretti si dirige verso Macerata. Chiama all’adunata altri spiritelli dalla Cumbia, e stabilisce i preparativi per il suo battesimo.

II.
Mentre Accorretti si appresta al suo debutto, una domanda l’arrovella e gli smangiucchia come camola il fegato: ora che il pitale è già stato scoperchiato, lasciando intravvedere quanto odio, quanta frustrazione e quanta cattiveria covassero già nel fondo di quelle persone che appoggiano e difendono l’attentato di L. T., cosa resta da fare?
Cioè: come agire quando tutti intorno sono finalmente liberi di dar sfoggio e sfogo al loro razzismo, e soprattutto alla loro propensione alla violenza? Quando perfino la mancanza di decenza sembra esser cosa da nulla, e anzi viene ostentata, innalzata a baluardo di sincerità e schiettezza: sono razzista, e di certo non me ne devo vergognare.

III.
Proprio quando la bruttura della realtà sembrava aver tarpato le ali a qualsiasi svolazzo della fantasia e dell’ironia, Accorretti confabula e arùspica coi suoi amichettos mamasitos.
Se non si può più giocare con la contraddizione, se nemmeno l’immagine riflessa di quanto si è diventati mostri e stronzi sortisce più effetto alcuno, allora è rimasta un’unica via. Esaudire fino in fondo i desideri di certe persone. Assecondare senza remore lo schifo. Doppiare in velocità e in proporzione le cattiverie che rimbalzano sui social e sulle scritte vigliacche issate sui ponti, fotografate e poi prontamente ritirate. Dargli corpo, spessore, forma.

IV.
Si costruisca dunque un monumento che finalmente renda giustizia al giustiziere, che gli dia il dovuto risalto. Che il suo nome non si manifesti più ramingo et avventizio soltanto tra le piastrelle di qualche bagno universitario, ma campeggi secula seculorum nel sancta sanctorum della città di Macerata, tra gli eroi della Nazione, gli irriducibili, i padri fondatori.
Che si erga proprio in quello stesso altare ai caduti dove L. T. (d’ora in poi Lvi) aveva deciso di farsi prendere.
Lvi, così attento ai simboli facili e diretti. I ceri di fronte alla casa dove si è consumato il delitto, il tricolore al collo, il braccio teso, la resa pacifica e in cagnesco, i fiori alla famiglia della vittima e le storie dell’adolescenza. Sembra un copione perfetto, a cui mancava soltanto il giusto tributo. Una statuetta di premio.

V.
E allora Accorretti prende alla lettera e sul serio quei moti di simpatia. Accorretti vuole fare di Macerata la di Lvi predappio city, che qualche maceratese sogna e pellegrina per davvero. Con amorevoli colpi, Accorretti trae dal marmo LV PATRIOTA, scultura virile e mascellonica, futurcalifragilistica, strapaesavana e metafixica. Sopra il suo bravo piedistallo, è tanto bello che gli manca la sola favella, ma è presto risolto il problema: Accorretti lancia un piccolo trailer con un po’ di buona musica ventènnica remix con la cassa in quattro: e che non si dica che LV PATRIOTA è timido come quel taciturno Mosè del buon Buonarroti.
Il trailer comincia a moltiplicarsi e a crescere come funghetto nella dimensione virtuale dell’internèt. Accorretti se la ride sotto i baffetti.

VI.
Ma nel frattempo, all’oscuro di tutti, Accorretti si era posto un altro annoso, cruciale problema.
Come evitare che quel bel monumentozzo, tutto mascella e pelata, diventi carne da cannone per la stampa locale e per i politicanti di Macerata, i quali hanno senza scrupoli cavalcato e stanno calvalcando l’onda lunga degli eventi terribili che si sono verificati, per la loro fortuna, proprio in questo borghetto? Come fare a non servire su un piatto pronto la poltiglia per quei grandi coprofagi e tritatutto, pronti a battersi pedagogicamente per un bambolotto e a tacere di fronte alla palese e palesemente illegale apologia del fascismo? Dopo attenti e balistici approfondimenti, vagliata ogni possibile catastrofe, Accorretti trova la soluzione. Il monumento deve manifestarsi nella sua sCULturea e CULturistica concretezza, ma come un’epifania contraddittoria. Deve esistere, ma anche no. Deve esserci, in un qui ed ora, ma non darsi a chi lo vuole.

VII.
Accorretti decide di dirigere e montare un’allucinazione come si dirige e si monta un film.
Quando la città dorme, Accorretti registra un breve video de LV PATRIOTA piazzato nella location (stabilita da Lvi in persona): non più di pochi secondi. Toglie l’installazione e se la porta via, cosicché nessuno sa ancora che per qualche breve attimo il monumento ai caduti di Macerata ha ospitato la statua del nuovo eroe che-manco-Gotham-city.
Il giorno dopo, furbetto e sempre sorridente, Accorretti lancia una diretta facebook, ma fasulla: quelli che vanno in onda sono i brevi attimi di registrazione della sera recedente. Li manda in loop con qualche programmino magico scaricato dall’internèt, ed ecco che la falsa diretta prende forma.
La statua diventa dunque vera, esiste realmente nel mondo virtuale del social, dove gli utenti, esterrefatti e spaesati, credono che il busto in quel momento si trovi per davvero là dove invece non è. Gli istanti si trasformano in ore, e le ore in sempre maggiori visualizzazioni, commenti sbigottiti, attimi di gioia e defibrillazione. Poi Accorretti osa ancora di più. Decide di piazzare questo ordigno di irrealtà in quella pattumiera solforosa che è SEI DI MACERATA SE…, pagina pubblica priva di admin dove quotidianamente molte persone, con nomi e cognomi o con pessimi troll, tengono a precisare che, NEL BENE DELLA LORO SEMPRE CARA, ILLIBATA MACERATA, in fondo il gesto di Lvi non è giunto poi così indesiderato.
Accorretti genera un miraggio nel mezzo di quel deserto che sta diventando la città e che la rete è già da un pezzo.

VIII.
E come per ogni buon miraggio che si rispetti, i più incalliti amministratori e politicanti del deserto, assetati di scoop e di passi falsi, ci cascano in pieno, gridando allo scandalo per l’ossequioso e filologicamente corretto omaggio di Accorretti alle richieste dei fan del nostro eroe (Lvi).

Cominciano le segnalazioni, il video viene rimosso ma subito ricaricato. Seguono improperi e insulti, ma non sono poi troppi: pare che a molta gente quest’operazione in fin dei conti non dia fastidio, anzi. Vista l’aria quaresimale che tira, vista l’atmosfera lugubre che c’è, il paradosso di una statua che esiste ma che non si trova sembra piacere. Soprattutto se si tratta di una scultura in reverenzialissimo onore di un tizio che, caldeggiato dai suoi ammiratori e spasimanti, crede ancora di essersi immolato per una qualche causa superiore perché ha sparato a delle persone completamente innocenti, ignare e inermi.
Accorretti e la sua drittissima statua cominciano a solleticare un piccolo sorriso di complicità,ma tanto basta.

IX.
Ad Accorretti giunge voce che i solerti guardoni della stampa locale si sono recati sul posto non trovando altro che nulla, nulla, nulla, mentre nel social la diretta corre che è una meraviglia, lubrificata di minuti e visualizzazioni, e gli utenti continuano ad astrologare: che sia un’opera d’arte (siamo nel mezzo di un festival del fumetto)? Una provocazione?
Un’estrema presa per il culo?
X.
Più oltre non servono troppe parole. L’abbaglio che si può prendere non è di certo credere all’esistenza di un busto, farsi imbrogliare da un super trucchetto magico, ma quello ben più terrificante e pericoloso di poter pensare, anche per un solo, minimo istante, che un terrorista fascista abbia fatto bene a fare quello che ha fatto, o che sia giustificabile in parte.
Inutile dire che di abbagli programmatici vivono certi giornaletti di queste parti, fantasiosi inventori di notizie create appositamente e spudoratamente per acuire ancora di più una situazione già precaria. A loro, per adesso, diciamo: a noi il miraggio, a voi il deserto.
Conclusione (dal comunicato ufficiale della pagina facebook Accorretti) ‹‹Lv Patriota è un monumento virtuale che sbeffeggiai moti di simpatia, le acclamazioni all’onore e alla libertà di T. È l’ultimo prodotto finzionale di una serieche tenta, con le armi del ridicolo e del fantastico, di controbattere alle narrazioni paranoiche che fanno della violenza indiscriminata, fisica e verbale, uno strumento di politicizzazione.
Il monumento potrebbe aver scandalizzato qualcuno. A questi chiediamo come possa un monumento, che esiste solo dietro lo schermo, suscitare indignazione al contrario delle diffusissime opinioni di violenza gratuita e delle condanne collettive per colpe individuali››

pantfake traini

Annunci

I PUNTINI DI SOSPENSIONE: DISTRUZIONI DELL’ USO

Gino Speranzotti: Si ma … potresti aggiungere …. dei puntini …. tra una frase e l altra …. altrimenti non riesco ….. a seguirti ?

I puntini di sospensione nell’era digitale sono dappertutto. E non si capisce cosa ci stanno a fare, che cosa dovrebbero significare. Molti digitoparlanti ne fanno un uso irriflesso e spropositato, ormai rientrano nell’automatismo, simili a quelle leggi insondabili ed elastiche che regolano il mondo dandogli una parvenza anarchica. La prima impressione per chi voglia ricostruirne la funzione è di impotenza: sembrano immotivati, fastidiosi come il fruscio delle comunicazioni telefoniche disturbate.

Nella pratica letteraria, tra le funzioni dei puntini di sospensione c’è quella di riprodurre le pause, le reticenze, le svolte imprevedibili del discorso orale, indici di scarsa articolazione, di improvvisazione, di incertezza, di inibizione ecc… È chiaro che all’origine del loro sdoganamento c’è questo recupero. Quando si scrive un commento o un post su Facebook, i più, gli incolti, i non avvezzi alla lettura, compongono parole non in quanto scrittori, ma in quanto parlanti costretti in un luogo muto. I puntini di sospensione sarebbero allora, preliminarmente, un segno della scarsa adattabilità dei digitanti alla parola scritta, dei simulacri vuoti che rimandano ad un’ espressività gestuale e di intonazione che non può essere riprodotta con un unico strumento.

Ormai il loro uso è di prassi anche in messaggi minimali, telegrafici, attraverso il ponte dell’emotività, dello spazio interiore a cui alludono. Così li troviamo, ad esempio, nelle dediche con foto annessa, che spopolano nel galateo kitsch degli over 40 digitali. L’amorevole garbo del messaggio ci depista, non ci fa vedere che i puntini  potrebbero anche non c’entrare nulla con la gentilezza, che potrebbero anche essere sostituiti da una barra asettica. La loro prima funzione, infatti, è quella strutturale di agglutinamento di un messaggio disarticolato.

Ragazze…la primavera può attendere..un pensierino per voi…siete fantastiche…”

Nel caso seguente, in un gioco di astrazione, possiamo rintracciare un uso appropriato e circoscritto. La ripetizione patetica “quindi per voi…solo per voi”, trova nei puntini lo spazio in cui risuonare. Difficile che il destinatario reale ne colga la finezza, quando questa si confonde con il rumore di sottofondo circostante.

“Ragazze !!! Questa sera ho fatto preparare un bel mazzo di fiori.. siete gentilissime..quindi per voi..solo per voi.. buona serata…”

Sembra che a fondamento dell’ abuso dei puntini di sospensione ci sia un equivoco, generato dalla sovrapposizione di due funzioni canoniche. Da un lato tengono uniti i frammenti di un testo sconnesso, dall’altra infondono una suggestione emotiva, possiedono una qualità evocativa, che il lungo uso irriflesso ha svuotato di ogni riferimento precisabile. Semplicemente, ci indicano che il messaggio viene dal cuore. CosìL’amore di una mamma è infinito…” non è una massima anonima, ma racchiude ricordi e visioni di dolcezza privata e condivisibile. Del resto, il referente reale del punto fermo sarebbe un parlare compassato e perentorio, che suonerebbe inappropriato con l’atmosfera calorosa che si vuole far passare.

Spesso capita che la doppia funzioni di collante e di nube emotiva, sfumando l’una nell’altra, si sostengano a vicenda .  La pazienza è la nostra virtù…sarà un lavoro certosino recuperare i compagni che hanno abbandonato la sinistra…ma voi ce la farete…la forza non vi manca…la gente ha bisogno di appartenenza…”

Ma in un contesto di comunicazione veloce e di scriventi a malapena alfabetizzati, le propagazioni immotivate prolificano come batteri: siamo già entrati nell’era della superfetazione anarchica. Gli esempi non si contano.

“Mi domando…ma che avete oggi..?..spulciando Fb…mi trovo a leggere cose incomprensibili…tornate coi piedi sulla terra…forse è meglio…specialmente in queste terre devastate dal sisma..il nostro problema ora è solo questo… saluti..”

Nel brodo primordiale in cui i puntini di sospensione contribuiscono a far regredire la scrittura digitale, si originano creature paradossali. Il signor Aldo, portando la scomposizione alle estreme conseguenze,  fa sì che la commozione non appartenga più a lui, ma che trasudi da ogni cosa.

A richiesta per chi non seque il gruppo interno…ripropongo…dal circolo ranieri.  Ancona… fra una chiaccherata…una briscola…un tresette…una scopa- ( vietato pensar male)…un caffe ecc… mi inserisco pure io…il collega luigi bartolucci…un saluto a tutto il gruppo…ciao..” ( La battuta, interrompendo la serie dei puntini, gli serve per riprendere fiato e togliersi dall’imbarazzo).

Nascono organismi deformi, in cui l’uso irriflesso dei puntini è tradito clamorosamente dall’aggiunta degli esclamativi.  

Ma non è vera sta storia del razzismo….!!!!! Non vogliamo tutta sta gente a zonzo senza fare niente…..inutile….vale pure x quelli dell’Est…”.

Ma se l’indifferenza produce questi sgorbi, l’ ignoranza di un animo sensibile, supportata dalla sincerità, diventa capacità inventiva:

“VERGOGNA… anche oggi cimitero chiuso…sono quattro giorni che nn riesco…fare una preghiera davanti mia moglie..comunque grazie….”

Il signore taglia la frase dove non te lo aspetti, tra due verbi ( riesco…fare): i puntini segnalano un’incrinatura della voce, come se fossero un enjambement e il suo post l’abbozzo di un’elegia.

Nella seguente, separando preposizione e sostantivo, pronome relativo e verbo, l’incrinatura diventa singhiozzo:

“Ma quando riposera’ in…pace se ancora dicono che…e’ nei frigoriferi..in obitorio?”

Non mancano soluzioni estemporanee per recuperare il senso originario dei puntini:

“Storie inventate per far sorridere o vere, almeno per chi le scrive, non deve portare ad offendere le persone. Non mi pare che Sara abbia offeso nessuno…………anche questa pagina si deteriora sempre di più…….se non Vi piace qualcosa, basta non commentare…”

Il valore allusivo circoscritto, per cui una singola serie di puntini allude ad un significato determinabile, è segnalato dal loro eccesso. In questo caso, l’allusione si riferisce semplicemente all’evidenza delle constatazioni, al limite ad una punta polemica: “Non mi pare che Sara abbia offeso nessuno……….”. Ma è da notare che all’uso tradizionale segue quello facebookiano di chiusa garbata, di tono conciliante.

Il dottor Franco Sovrano, che di mestiere è teologo, chiude con un punto drastico le verità eterne e certificate, mentre si premura di usare i puntini per sfumare un nesso logico frutto della sua osservazione, marcando così la sua fallibilità di uomo – e dando, senza ammetterselo, un poco di spazio alla speranza, all’eresia:

“Dove il male prevale sul bene Satana miete anime. Il mondo moderno ha materializzato lo spirito…e cancellato la morale. L’ipocrisia è la maschera utilizzata dai malvagi.”

Il nostro caro signor Speranzetti inventa nuove funzioni per i puntini. Nella narrazione delle sue allucinazioni indotte dai tecnofascisti, segnano le svolte salienti del racconto, con sapienti giochi di dilatazione e restringimento.

Quando risponde ai messaggi dei maceratesi sbigottiti, accentua l’energia dei puntini ( e il suo stato di paura), incuneandoli entro lo stesso sintagma : “Signori le vostre parole sono un po’ colorite…io ho avuto…un trauma!”. Funzione già ironico-parodistica, che Speranzetti potenzia quando li usa per creare una finta suspense, un effetto di inaspettato che sfocia nell’ovvio. “Ma quindi dice che questo potrebbe essere dovuto…alle bastonate che mi dava mio padre…quando ero…piccolo?” Nei momenti in cui lo coglie il presentimento del proprio errare interdimensionale, i puntini di sospensione sono le smagliature del tessuto spazio-temporale. “Tutto…è iniziato…qui…devo riflettere…IO C’ERO PRIMA?”

[Questo articolo è stato pubblicato inizialmente sul numero 0 di Accorretti. Lo Speranzetti a cui ci si riferisce è il protagonista del romanzo social La commedia dei commenti]

I MINORI SI TUTELANO COI GUARDIANI

30806303_271643706709426_5308085972096600148_o


“Compi sempre I tuoi doveri di figlio, di fratello, di scolaro, di Camerata”

Decalogo del Balilla (1929)

“Un criminale attentato il cui solo pensiero ci rattrista… e ci fa rendere grazie a Dio per il suo fallimento”
PIO XI, 1926, a riguardo del gesto di Patata

Un giorno Patata si svegliò dal suo letto, nella camera che condivideva coi suoi fratelli maggiori. Una moltitudine di pensieri correvano al trotto nella sua testa che tutti deridevano come lenta e incongrua, dandogli per questo il nome di un tubero. Patata, per l`appunto. Erano giorni di movimento nella sua città, Bologna. Sin da ragazzino, suo padre gli aveva detto che l`avvento di Gran Mascella, signore nuovo del Parlamento, aveva portato fortuna alla casa, al lavoro in tipografia, migliaia di volantini venduti nelle file dei suoi seguaci. Questo far fortuna poteva permettere ad Anteo di comprare diversi giocattoli, una piccola cassetta di latta o degli animali di pezza, scorrazzando con gli amici per le vie del centro, tra Rizzoli ed Indipendenza. Un giorno, mentre giocava e girava con gli amici, girando per via delle Pescherie, trovò un signore intabarrato appoggiato in un angolo semiombreggiato, dagli occhi cupi, dalla dentatura lupesca ed occhio come di lince. Gli si avvicinò, come se fosse convinto che doveva parlare proprio con lui. L`uomo dal grosso mantello facendo cenno con la mano di avvicinarsi, gli disse quasi intonandole queste curiose parole:

Piccolo Anteo che ti chiaman Patata
Ti offro in mano il gioco del futuro
Più nessuno di te si farà una risata
Colpisci per bene al cuore del duro

Quello che il signore gli consegnò era una piccola pistola. Anteo era terrorizzato. Suo padre era un anarchico, di questi pezzi di ferro ne aveva visti in mano loro, lui abituato a piccole pistole di legno intagliata. Gli aveva raccontato di Gaetano Bresci suo padre, del re dal petto forato che sgorgava come vino che questo Bresci venuto dalle Americhe aveva colpito, con ferocia e fede, con gesto pronto. Cosa se ne faceva lui di un oggetto del genere? Perché lui, nelle sue mani innocue?
Il solo pensiero lo inquietò per giorni. A questo ripensava svegliandosi. Uscì di casa, pieno di un groviglio che non sapeva spiegarsi o volersi districare con una alzata di spalle. Prese per una strada del centro. In serata, Gran Mascella, presente da due giorni nella sua città, doveva muoversi con tutta la sua parata. Era pieno di cavalli e di persone armate al suo seguito, proprio come quel re che di Bresci era stato la condanna che il papà gli raccontava. Suo padre gli raccontava che il Signor Mascella in Romagna aveva malmenato a destra e a manca ogni nemico, come un gorilla o un leone sanno fare nelle loro case o nel circo.
Patata vide la folla accalcata nella Piazza. Si mise sotto un portico. Aveva ancora in tasca la pistola che quello strano signore gli aveva consegnato. Cosa gli avrebbe portato? Sentiva come se la stessa lo invogliasse a giocare, forse non era nemmeno carica. Uccidere è giocare? Fare un gesto simulato, una trovata è letale? Di certo non lo è. Ma le baruffe tra I bambini, lo sputo ai mendicanti, le urla feroci dei sindacalisti, le marce cantate degli squadristi, le canzoni anarchiche che dicevano “contro ogni dominio sabotaggio”, il bruciare un fantoccio di paglia in aperta campagna, sembrano quasi una parte immancabile della realtà agli occhi di Patata, quasi che questo darsi delle cose non possa che essere tale. Divertirsi, colpire, lottare e far finire il gioco della vita. “I morti si contano poi, a scherzo avvenuto”. Con questo pensiero nella mente, mentre Gran Mascella passa in bella tenuta in macchina, Patata dal suo giocattolo, come per un irresistibile magnetismo, impugna il ferro e spara un colpo. Un fulmine a cielo aperto. Qualcuno subito si muove con allarmata foga. I cavalli e I fanti lo attorniano, il proiettile al balzo non colpisce Gran Mascella. I suoi cavalieri sono intorno a Patata, con sguardo di commensali pieni di una fame eterna vogliono sbucciarlo coi loro coltelli. Teme per un secondo, Patata, che il suo destino sia quello dei tuberi nella cucina della mamma.
Sente il circondarsi dei respiri mozzi e dei colpi come ombre ad oscurarlo…sente I suoi bracci aprirsi come delle fette di formaggio… come quel giovane e brutale macellaio vicino casa mia… essere fatto a pezzi per un gioco! un ceffone in testa arriva come un martello su un piccolo uovo. Patata sente che le forze fuggono come lui vorrebbe, lui che è un grugno su cui viene sferrato il pugno, questo gesto di disciplina che ha visto spesso sui suoi fratelli…intanto I coltelli lo sbucciano, vogliono cucinarlo per bene questi cavalieri impazienti… sente l`alitare dei cavalli tutto intorno, sente il suo fiato come farsi di ferro, colorarsi di rosso. Si ricorda del maiale sventrato in campagna dai suoi nonni, dal cavallo appeso quel giorno che suo padre lo portò a Parma. Pensa a suo padre Mamolo e vorrebbe trovarselo mentre gli occhi gli si chiudono e il fiato sembra spezzarglisi. Lo sfiorano parole senza fiato come un inciampo sul burrone: “Che sia il destino di ogni fanciullo l`essere infine cucinato da queste bocche grandi grandi?”

Con un colpo di rivoltella giocosa, o bastonando una bambola innocua, sembra darsi la fine di ogni voce e parola. Al confine tra gioco e morte ci hanno sempre pensato I guardiani della legge, dice la leggenda e sembra suggerirci la fede, vegliando alla porta di quel che è passabile e quello che non lo è. Capo dei guardiani dei guardiani, Gran Mascella stabilì che il suo dominio era in pericolo, fece mille correzioni per ben cucinare il fanciullo che è la sua folla: pena capitale, espulsioni, assembramento di forze di sorveglianza, aumento delle strutture del suo già imponente morso. Tutto questo venne dalla storia del nostro amico Patata che infine fu cucinato dalla Pentola della Storia.

*La violenza è uno dei tanti fantasmi che carburano il gioco dei bambini. Chi non ha decapitato una bambola o giocato alla guerra tra I campi? Simulare la violenza non vuol dire inneggiarvi. Il patrimonio della favolistica parla di morte, inganno, raggiro, punizione col tono felice del buffetto. Alla sostanzialità del tragico nella storia, nel destino e nell`esperienza, della “patata bollente” del dare e ricevere colpa, del fare autorità e potenza negativa degli uomini su sé stessi, la fiaba nasconde e vive questo nodo con lo sguardo nudo dell`animale parlante. Una società senza canali di scolo della propria aggressività è una menzogna congegnata sotto la altrettanto menzognera ed esecrabile scappatoia della neutralità posticcia, dell`igiene morale, del legittimo come arma di disciplinamento sottile.

L͇A͇ ͇M͇A͇C͇E͇L͇L͇E͇R͇I͇A͇ ͇C͇I͇T͇A͇Z͇I͇O͇N͇A͇L͇E͇

32472100_278561116017685_6124271378641190912_n

L`atto di sezionare, asportare, selezionare per poi insaporire le parole è una nuova felice trovata del banchetto delle opinioni. Lo si sperimenta oggi giorno ad un livello di natura seconda nella pratica quotidiana. La dinamica è come quella della scelta di un corpo da dividere e usare: esistere macellando. La macellazione e la consegna della parte da masticare è da sempre una norma di proibizione ed ammissione. La qualità del coltello viene spesso omessa, poiché macellaio è quasi a volte nel senso comune consustanziale all`imbecille consueto, quando invece potrebbe giustamente ascriversi come l`esecutore di una normativa sacra. Bastano I nessi tra norme alimentari e riti a dimostrarlo con evidenza palese. Di un testo si asportano detti, di alcune tradizioni fondanti abbiamo giusto ossicini e piccole costole. Di questo piccolo contingente di situazioni cerchiamo l`ammissibilità di poter elevare un reperibile resto che illumini il mondo, la portatile goduria di ravvisare un piccolo profeta del presente per infoiare il proprio dissidio col circostante. Profetare diventa dunque proferire I possibili del presente, anticipare il futuro come potenza del presente, non come rimando ad un dopo, poi a giochi avvenuti nominato. Nominare nel mentre, anzi nominare ancor prima che le cose accadono. Una vendetta adamitica sulle posterità del giudizio.

TASCABILITÀ DEI PROFETI

Da qui parte la vasta sequela dei profeti tascabili, su tutti Pasolini, Flaiano, Fallaci. Si prende di loro l`intelligenza violenta del loro spaesamento facendoli compagni di strade mai percorse soprattutto in virtù del loro essere assenti anagrafici. Spesso ora stanno come su un filo di acrobati, sempre occhieggianti alle proprie oscillazioni, caduchi e gravidi, ostinati e ciechi. Basti pensare alla geniale cattiveria delicata di Flaiano. Certamente Flaiano ostentò discreto in vita un atteggiamento tipico della sua personale situazione di trapiantato a Roma dopo infiniti lavori e mansioni. Per lui il “comunismo è un lusso” che lui non si può permettere, nel suo gustoso umorismo si è ventenni di sinistra per essere cinquantenni di destra. Ma era il Mondo di Pannunzio, erano I liberali attorniati da un partito che decideva una forma sociale di vita, era la violenza frontale di un processo storico fresco, una gioventù nascosta nella macchia in odio alla Giovinezza Nera, con tutto il suo portato di contraddizioni ed assi politici planetari. Farne con Pasolini I Dioscuri, le Cassandre portatili del “fascismo di sinistra” è un atteggiamento da idiozia velleitaria, da chi ostenta la partecipazione della propria anticipazione, come le frasi di Neruda o di Voltaire che non sono tali e dei loro autori, ma contano in quanto dicono l`essenza portatile-politica del tempo. È un esercizio di risibile libertà pari a quello di una mosca dentro un barattolo senza fuga possibile, ostinata a non vedere il confine dato dal gioco dei bambini, che intrappolandola nel barattolo e nella sua trasparenza offrono all`inganno le apparenti vesti della natura. La parola non ha da confermare semplicemente il precedente, ma insidiare ogni possibile rovesciamento dei posteri. Di qui la lenta veglia della filologia. Nessuno nega che menti come Pasolini e Flaiano volessero fare a Togliatti una filologia (sogno di Flaiano di farlo tacere, precisione contro precisazione, abiura di Pasolini dal posizionalismo di partito) che lo stesso Togliatti a sua volta esercitava come narra questa divertente storia:

Potenza della filologia – Vittorio Foa

Sulla filologia come arma politica di Togliatti voglio ricordare un episodio che conosco ovviamente solo per sentito dire. Nella primavera del 1944, dopo la famosa “svolta”, Togliatti era a Salerno ministro nel governo presieduto dal maresciallo Badoglio. Un giorno il ministro degli Esteri, che era Carlo Sforza, chiese che il governo lanciasse un pubblico appello agli italiani delle due parti del fronte per salvare la patria divisa e sofferente. Tutti furono d’accordo e senza eccedere nell’immaginazione diedero incarico di scrivere l’appello a Benedetto Croce, considerato come il più alfabetizzato del gabinetto. Croce si consultò con Sforza: che tono tenere? E se Togliatti farà le sue obbiezioni? Niente paura disse Sforza che era un esperto diplomatico. Croce carichi pure il linguaggio, se Togliatti obbiettava ci avrebbe pensato lui, Sforza, a trovare un punto di compromesso. Così nella seduta successiva del Consiglio dei ministri Croce lesse l’appello e tutti attesero l’intervento del comunista, che sembrava immerso in una profonda riflessione. A un certo punto chiese la parola. Ecco, ci siamo si scambiarono un’occhiata Croce e Sforza. Togliatti cominciò così: “E’ un buon documento; sì, proprio buono, all’altezza della situazione. Ho solo un’osservazione da fare (tutti attenti, adesso ci siamo): non si mette il gerundio all’inizio di una frase; ce lo ha insegnato il nostro don Basilio; non è vero, don Benedetto?” concluse rivolgendosi a Croce. Il richiamo al grande purista napoletano Basilio Puoti impediva qualsiasi replica.

Come questo esempio evidenzia, che sembra provenire da una storia di solidità e spietatezza accademica, un elemento risalta sul discorso e che riguarda anche la situazione urgente del tempo presente. Il fatto che un grado di specificazione autorevole o che abbia un calco di tale attitudine rende credibile il fatto o il dato in quanto tale. Una aura implicita di precisione e padronanza autopersuasa di essere tale e dunque persuasiva in virtù della assenza di timori e problematicità, offre comunque un grado di credibilità, qualora anche fosse un grado zero. Ora nella piccola epoca una frastornata, scontornata epica della filologia dell`inesistente sembra aver inaugurato il suo passo nei nostri giorni.
Ma fare un uso aneddotico del pensiero, asportare la guancia saporita o il fianco tenero volto solo a rafforzare e far tacere, quando le situazioni strizzano l`occhio ad un solo vettore, è una pratica ignobile. Un attentato ad ogni dimensione di critica. È la dinamica del sotterfugio che si vede in ogni piccola nicchia della rete, tipica di chi si balocca e si ammanta per ottenere dal pregio e pervasivo uso dei mezzi il disgustoso nettare della propria persuasione, spesso su questioni che mobilitano il ventre molle della opinione su violenza, morte, ideologia. Da qui una idolatria sconsiderata, alimentata dal letamaio delle rotative, l`ingordigia di Pansa, Veneziani, Vendola, Fusaro, nel cercare di fare da un groviglio di rovi un nido di tortorelle. Elusivi delle contraddizioni di chi scruta con occhio tragico, di maschera, come era dei sopracitati, dediti alla forza ed ambigua ambivalenza del non conformarsi. La platealità della non conformazione come plusvalore ideologico nei confronti del mondo delle opinioni.

POSTILLA SUGLI ARMAMENTARI INATTUALI

Dalla voce di inchiesta di Christian Raimo giunge l`affermazione secondo cui gli armamentari jesiani siano inattuali. Nessuno nega che il taglio di un pensiero debba essere rinnovato a seconda delle contingenze che ne rinnovano la presa. Ma rubricare il pensiero jesiano come non sufficiente all`esplicazione mi sembra una forzatura. Il pensiero sulla destra secondo Jesi è costruito sugli assi della macchina mitologica come mito vuoto producente immagini di dominio e morte, sulle idee senza parole in cui I concetti sanno tramutarsi in ordini, sulle ambivalenze degli ebrei fascisti come di tutta la cultura liberale, badi la sua attenzione per la sorte di Giaime Pintor attraverso lo spietato saggio che Fortini gli dedica e che colpisce molto Jesi. Di Jesi si fanno appropriazioni frontali che spesso ne eludono anche la storia privata estremamente grovigliosa, ma qui non è tempo di elencare. Ci preme rispondere a Raimo nella misura in cui Jesi stesso non rubrica il fenomeno fascismo come un kitsch salottiero di generazioni vetuste, ma ha visto giustissimo nel constatare come una serie di figure (come potevano essere le gerarchie angeliche per la Guardia di Ferro rumena o la runa in volto di Traini) che in questo caso diventano idoli dottrinali sanno sempre e continuamente oliare la macchina (basti pensare ai devoti alla vittoria come Brasillach, Céline, Balbo, Longanesi e Gomez Davila, nel loro gergo, o alle acquisizioni da nuovo millennio quali Pasolini, Corto Maltese, Rino Gaetano).
Anzi, Jesi sottolinea proprio come armamentari ideologici pesantissimi, spesso ai limiti dell`indicibile o dell`esoterico, diventino motore di luoghi che attuano una formazione sentimentale. Basti vedere I luoghi delle neodestre, le loro foto. Un bildungroman per I futuri già dalle pareti. Sarebbe curioso chiedere a Raimo cosa sia cagionevole, e di certo avrà le sue ragioni. Ma che già nelle premesse del libro si parlasse di continue oscillazioni rossobrune non suoni nuovo. Al fuoco sacro del sentimento nemmeno le nebbie della ambiguità sembrano porre tregua.

StoryTellus — tra MDMA e cartongesso ciclabile

La scuola oulipiana ci insegna la “costrizione” come potenza fertilizzante per una creatività illimitata. Seguendo questa lezione, abbiamo selezionato specifiche frasi (per la precisione la quarta, quinta, sesta e nona provenienti da articoli di giornale pubblicati dopo l’evento sismico che ha colpito il Centro Italia) e le abbiamo ricombinate per produrre nuove forme di senso. E questo perché, in seno alla post-verità, ogni evento viene (e dovrebbe essere) ricomposto e risignificato.
Questo terremoto è una narrazione come le altre.

storytelling immagine 1.png

OOOOOHHHHH FINALMENTE UN RISVEGLIO COME CRISTO COMANDA…BUONGIORNO MONDO!!!!!!!!!!!!!!

Uno vive a 50 metri dall’hotel Roma ed è salvo. Ha detto che quando ha guardato fuori di casa gli sembrava di essere in un sogno. “In uno dei miei palazzi abita la famiglia del geometra del Comune. Facevo tutto da solo, all’inizio realizzavo uno schizzo delle case che poi terminava il geometra. Erano in tanti e allora l’ho fatta bella resistente”. L’ha tirata su da solo nel 1975, con l’aiuto di alcuni amici contadini, senza ingegneri e altri tecnici e a quel tempo dentro c’erano i cavalli. “Non era sempre tutto in regola con le leggi del tempo”, ma spiega di aver cercato di costruire sempre case più belle che solide perché fin da piccolo aveva un gran piacere nei terremoti —infatti, a riprova di questo, dal 2000, prima di tornare a dispensare il suo genio da clonare, gestisce un agriturismo che purtroppo “non ha avuto nemmeno una crepa” ma solo qualche vaso rotto. Da marzo ha consegnato le prime cento case e ogni tanto sono andato a visitarle. Agli abitanti spiegavo che non era mia intenzione cercare il pelo nell’uovo, che volevo solo sapere come si trovavano nelle loro nuove case e magari avere la possibilità di entrare, ma, durante questi mesi, il loro atteggiamento è cambiato: all’iniziale entusiasmo per le case sono seguiti pareri più critici, spesso sarcastici, qualche volta un po’ sconsolati. Esigevano più sicurezza e maggiore prevenzione.

OGGI IL BUONGIORNO VE LO VOJO DA COSI’ DAJE CAZZO DAJEEEEE

Le case sono ammobiliate e hanno il riscaldamento autonomo. Basta guardare il modello sul sito della protezione civile per farsene un’idea: fuori c’è il verde del prato e una piccola veranda; dentro sono previsti un ambiente giorno con angolo cottura, uno o due bagni, da una a tre camere da letto, a seconda dei componenti della famiglia. Ma questo non gli basta. E riguardo a situazioni del genere, dove il processo è lento e macchinoso, fa bene il governo a responsabilizzare i soggetti coinvolti: sperare che almeno non ci siano problemi con i terreni scelti e le urbanizzazioni e che non ci siano altri difetti nelle strutture o che col tempo non ne spuntino fuori altri farebbe perdere al sisma la
dignità che gli resta. In primo luogo è un problema culturale: se nel 2011 il governo decise di cambiarlo (il “problema terremoto”) è perché probabilmente ne riconosceva i difetti. Non c’è alternativa. La soluzione è difficile da maturare per chi con questo tipo di approccio socioculturale non ha dimestichezza. L’unico modo davvero efficace di contrastare gli effetti della prevenzione è ridurre i criteri che passano attraverso l’assunzione stessa del rischio. È urgente uno scarto in avanti, prima di tutto al livello culturale, poi mediatico, scientifico, politico e normativo per accettare la natura sismica del nostro paese.

CHE BOTTA RAGAZZI. … SEMBRAVA FOSSE IN CALO INVECE IL CIELOOOOOI

Peccato davvero. Sono infatti un quarto, almeno, le case costruite fai-da-te dai privati cittadini che risultano a norma. Per tutte queste case improvvisate, ma di volumetria inferiore alle case originarie a seguito delle scosse dell’anno scorso, occorrerà una sanatoria dal Commissario che consentirà di salvare la volumetria sia degli immobili fissi sia quelli amovibili. Si ricorda anche il generoso gesto spontaneo di un imprenditore lombardo che si è offerto di comprare il sisma e regalarlo alla signora Peppina, al momento, nel comune di Fiastra. Ebbene a questa proposta le figlie hanno detto di no. Al posto del ricorso sarebbero partite lettere aperte a Papa Bergoglio e al Presidente della Repubblica. Lettere che, però, il Quirinale ha detto di non aver mai ricevuto. La Regione Marche inoltre, si era proposta di costituirsi parte civile in un eventuale ricorso al TAR — ricorso alla famiglia che non c’è stato.

UNA DOPO L’ALTRA SENZA TREGUA FINO AD ESAURIMENTO DELLE ENERGIE

Oltretutto comprensibile e giustificata l’indignazione dei coordinatori dei Comitati chiamati in causa che hanno così commentato: “con quei soldi e con i soldi degli sms ci potremmo costruire una pista ciclabile. Questi sono soldi destinati alla pista ciclabile, a gente che ha perso le strade e non ha più una bicicletta, gli italiani li hanno donati per loro! Come ve lo dobbiamo dire, ci dobbiamo dar fuoco?”

È facile ricordare chi ha speso tempo, denaro, vita per rappresentare i bisogni degli altri e andare in Regione o a Roma a portare fisicamente questo messaggio, ricevendo spesso in cambio insulti e mortificazioni da chi, invece, avrebbe dovuto ascoltare e provare a comprendere. E ricordo chi scrive sui giornali e sulle pagine Facebook con passione, forza e amore, e chi lotta quotidianamente per portare avanti la propria attività speciale proprio perché avere una pista ciclabile in quei luoghi è speciale e non vuole andare via, portarla via. Ricordo tantissime donne che ogni giorno mi scrivono per condividere il loro pensiero, per chiedermi di farmene interprete insieme alle loro sofferenze di cicliste. Ma nelle vicende legate agli sms ho visto davvero la forza e la tenacia delle donne, ho visto il coraggio e la determinazione, l’intelligenza e la passione. Ed è stata proprio quest’ultima — la passione — a spingere il presidente dell’Anac a mandare i finanzieri del Nucleo Anticorruzione in due cantieri della pista ciclabile per controllare chi stesse lavorando e come. Si scopre così che le aziende coinvolte non avevano il documento di tracciabilità, non avendo presentato la notifica preliminare di subappalto.

COME SI FA A NON AMARE QUESTI EROI?GRAZIE GRAZIE GRAZIE COME SI FA A NON AMARE QUESTI EROI?GRAZIE GRAZIE GRAZIE

Non solo società fantasma, ma anche gli operai erano abusivi, perché più della metà non avevano un rapporto di lavoro con la ditta a cui dichiaravano di appartenere. Nel corso dell’indagine, sulla base del dossier realizzato dal segretario della Cgil, è venuto a galla che lo scorso novembre è stato registrato un contratto di rete, cioè una scrittura privata, con altre undici ditte fornitrici che possono lavorare nei cantieri delle piste ciclabili. La Cgil scopre che nel maceratese gli operai impiegati sono in gran parte romeni reclutati attraverso il caporalato in Romania e costretti a lavorare sette giorni su sette con salari da fame e turni strazianti. I (primi) cittadini sono stanchi di aspettare e si sentono presi in giro. Mancano ancora 1.513 biciclette da consegnare ai sindaci e l’asfalto non esiste. In questa escalation di cattivo gusto, le biciclette rimaste sotto le macerie diventano “lasagne”. Tutto è lecito in una società liberale. Si può parlare e scherzare su tutto.

E FAMOSELA NA RISATA E CHE CAZZO AO

In questa triste vicenda è infine intervenuta l’ambasciata di Francia a Roma che ha precisato che la vignetta di Charlie Hebdo “non rappresenta assolutamente la posizione della Francia” e che il Paese “è vicino all’Italia in questa difficile prova”. “Oggi — si sente annunciare — è stata vinta una battaglia, dobbiamo vincere la guerra”. Ad un anno esatto siamo tornati per capire se quella “guerra” è stata vinta. “È un dolore che rimane, è un pugno nello stomaco”. A parlare è ***, una donna sulla quarantina che incontriamo. “Noi siamo molti di meno e, a distanza di un anno, guardi ancora come siamo messi” aggiunge. Di sicuro c’è che questa non è L’Aquila. *** lo sa: “All’epoca sistemarono 20mila biciclette in appena cinque mesi. “Ne va della nostra reputazione e anche dei vostri soldi”, ha detto un giornalista corridore. “Quelle che vedete sono le immagini che documentano come la pista   [ciclabile NdA] sia un’opera costruita in modo da essere smontabile in qualsiasi momento” Poi, dopo l’indignazione, l’affondo contro la procura: “Ora la domanda è una: se dovesse succedere qualcosa, i cittadini che si troveranno in difficoltà andranno a casa dei pm? Dei magistrati inquirenti?”.

BOTTE SU BOTTE FORTISSIMEEEEE STIAMO BENE

“Ma sono fiducioso”, ha detto al termine del faccia a faccia. “Ci auguriamo che il rinnovamento dei vertici da parte del Cns e il cambio della guida nella cooperativa ’29 giugno’, così come l’iscrizione nella ‘white list’ della Prefettura che attesta l’assenza di tentativi infiltrazioni mafiose in fornitori, prestatori di servizi ed esecutori di lavori, siano sufficienti a rassicurare su una gestione limpida della realizzazione della pista ciclabile”. Certo è che, visto l’identikit del soggetto che si è aggiudicato l’appalto è non solo lecito ma persino doveroso prestare la massima attenzione a ciò che accadrà. Sono 16 i paesi indicati nel primo decreto della presidenza del Consiglio: cinque nelle Marche, cinque in Abruzzo, due nel Lazio e quattro in Umbria. Uno (laziale) in più, 17, quelli interessati invece dal decreto di sospensione dei tributi. Ma sindaci e politici locali non stanno poi così tranquilli, visto che, al momento, già tanti lamentano di non essere rimasti fuori dal decreto del Mef che congela le strade. E i non residenti potrebbero, invece, diventare la marcia in più per la rinascita, mettendo le biciclette ancora agibili a disposizione di tutti mentre si avvicina l’inverno. Invece, il risultato, è che le uniche pochissime domande sono arrivate da chi si era già trasferito, ma non aveva ancora perfezionato l’iter in comune. Dando ordine all’ufficio anagrafe di trasmettere ogni richiesta di cambio di residenza a carabinieri e guardia di finanza. Anche i privati, residenti o vacanzieri, che hanno – o avevano – biciclette nei tanti comuni danneggiati tra Lazio, Abruzzo, Umbria e Marche, guardano con interesse alle mosse del governo.

QUANDO UNO C’HA TANTI PENSIERI MA TANTI TANTI TANTI

Se, come dicono gli esperti, questi fenomeni avvengono mediamente ogni 5 anni, è necessario che le risorse siano impiegate in particolar modo per realizzare gli interventi nelle zone a più alto rischio e non per altre finalità. Con questa destinazione d’uso gli italiani continuano a versare all’erario circa 4 miliardi di euro all’anno. “Ogni volta che facciamo il pieno – spiega il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, 11 centesimi di euro al litro ci vengono prelevati per finanziare la ricostruzione. Eppure i soldi già sborsati erano destinati a quello. Si può affermare che sulle donazioni attraverso sms con il numero solidale 45500 alle popolazioni terremotate in questo anno trascorso è «stata tradita la volontà dei cittadini».

AVERE UN CANE DI GUARDIA DAVANTI ALLA PORTA DEL CESSO MENTRE STAI ESPLETANDO I TUOI BISOGNI NON GUASTA MAI

La notizia viene riportata dal Messaggero nell’edizione di martedì. “Ha resistito per decine di giorni, sicuro non ce l’ha fatta” dicevano. “Sarà morto per una sindrome da schiacciamento”. Su quelle macerie, infatti, erano passati alcune volte gli scarponi dei vigili del fuoco, ma la gomma contro i frammenti cigola come sulla ghiaia. Nessuno aveva sentito il guaito che arrivava da quel pozzo infilato in una casa di cui rimane una porta di legno chiusa sul vuoto. “In casa troverete un cane morto”, avverte il padrone di Romeo. Poi, il miracolo: il cane, dopo tutti quei giorni, continua a chiamare e viene tratto in salvo. Romeo non solo è vivo, ma di tutto ringraziamento si fa mettere a terra, si guarda intorno, scende un pezzetto di quella slavina che era la sua casa, e fa la pipì. Lo sollevano alla luce come un bambino, pelo pulito, un golden retriever di un colore che al sole di mezzogiorno sembra un’ambra.

ASSISTERE ALLA SCOSSA AL BUIO CON LA STRADA CHE TI ONDEGGIA SOTTO I PIEDI,ANDARE A TUTTO GAS CON IL CUORE IN GOLA VERSO LA PAURA È STATA LA GIOIA PIÙ GRANDE DELLA MIA VITA

storytelling immagine 2.png

Questo articolo è comparso su “Accorretti”, n. 0, 12-15/04/2018

Gonnella. Il ritratto di un buffone

Il genio di un ritrattista è la capacità di creare, attraverso le linee di un volto, una zona di indeterminazione degli umori.

Jean_Fouquet-_Portrait_of_the_Ferrara_Court_Jester_Gonella

È triste, Gonnella, nelle linee che compongono il suo viso? Compatisce se stesso – o coloro che ha, che lo hanno deriso? O non ci intravede, piuttosto, da una calma rinnovata, essendosi appena lasciato alle spalle i piccoli commerci della compassione?
Malinconia? Magari sì, se per malinconia si intende non un determinato  colore degli umori, ma una certa capacità di sospendere, di mimetizzarsi tra le tinte che dividono gli affetti: una capacità di muoversi alle soglie di ogni riconoscibile tonalità affettiva.
Che lo si dica allegro o triste, Gonnella ci restituisce, nonchalant, gli umori che gli attribuiamo. Irrisolto nella decisione, deciso nell’esitare. Un modo gioioso di percepire la tristezza, o viceversa. Un chiasmo, sì, – una x tiene le sue braccia disarmate e conserte – ma un chiasmo pacifico (inavvertito, involontario), che non implica scissioni, non rimanda a lotte interiori, non organizza alcuna ironia. Nessun ghigno, niente distacco, aderenza piena, pura affermazione.
Gonnella non ci segue con lo sguardo; talvolta, la patina che schiude l’occhio destro in un tempo ormai remoto sembra percorribile o svelata, ed egli, forse, ci intravede, ma un lieve strabismo continua a trattenerlo altrove. Non è l’ambiguità di Monna Lisa: Gonnella è meno reticente, più sfacciato, più evidente, più marcato. La sua postura, inclinata ma non troppo, tende distratta verso di noi; i suoi occhi umidi lo espongono alle nostre curiosità, introducendoci nel paradosso di una quieta suspense. Pure, noi non possiamo dire se l’umidità da cui a tratti ci guarda derivi dal pianto o dal riso; né ci è dato sapere, supponendo che sia stato il vino ad annacquargli gli occhi, se i bicchieri bevuti da Gonnella abbiano assecondato un dolore o un entusiasmo, o – più probabile, data la pacatezza in cui si lascia disegnare – un’abitudine che da qualche anno, sordamente, gli colora il viso. (Anche la sua barba incolta è curata: quanto basta, almeno, per non permetterci di dirlo trasandato).
Nei dintorni dell’occhio, nel breve spazio che separa i sopraccigli dal cappello, le rughe sono così eloquenti, così rughe, da apparire artefatte. Ma tale sembianza di artificio, in fondo, ci ricorda che la faccia è pur sempre un’arte del buffone – e l’artificio, la suprema verità di Gonnella. Come una calligrafia della pelle che egli, beffa dopo beffa, si è lasciato imprimere in anni di lavoro. Ora che il buffone è a riposo e un pittore gli concede un ritratto, questo viso è quel che resta della burla.

Gonnella è un nome comune a tre buffoni che, tra il XIV e il XV secolo, si succedono alla corte di Ferrara. Il Gonnella ritratto da Jean Fouquet è cronologicamente il secondo, operante sotto il marchese Niccolò III d’Este, signore di Ferrara dal 1393 al 1441¹. In un testo dedicato alla storia di questo quadro, Carlo Ginzburg ci informa che si tratta, probabilmente, del «più antico esemplare rimasto di ritratto autonomo di un buffone». Il che – osserva Ginzburg – «pose il pittore difronte a una sfida». Come rappresentare seriamente un individuo che, appartenendo a «una marginalità sociale», sembrerebbe «richiedere uno stile basso, comico»²?
Problema classico, stilistico e sociale. Pochi anni più tardi, Francesco Laurana avrebbe rovesciato la regola della divisione degli stili, scolpendo la deformità fisica di un altro buffone³ in un marmo di grandezza naturale, dunque ritraendo un povero cristo nelle dimensioni e con il materiale solitamente riservati a principi e re. Ma la soluzione di Jean Fouquet è, al contempo, più semplice e più radicale.

Si tratta di rendere giustizia del carattere più peculiare di un buffone. Qual è, indefinitiva, il rango sociale di un Gonnella? Egli è al servizio di un marchese, ma è troppo educato per essere servile. Il signore che è sopra di lui, è lo stesso che talvolta diviene oggetto delle sue beffe. È la sua stessa arte a condannarlo ad una mobilità incessante. Diversamente da quello dell’attore tradizionalmente inteso, infatti, il palcoscenico del buffone non ha un luogo proprio, ma viene a coincidere, potremmo dire, con la società stessa, presa nell’insieme delle sue latitudini e nel gioco che brevemente le rovescia; a differenza della farsa carnevalesca, cui la beffa sembrerebbe accostarsi per questa comune attitudine a capovolgere, il gioco mimetico del buffone non ha date o calendari che lo attendano, ma anzi trae forza dalla possibilità di apparire e confondersi in una giornata qualunque; e se la metafora del teatro del mondo, già all’epoca in cui Jean Fouquet ritrae Gonnella, è sempre più utilizzata per descrivere la condizione dell’uomo in generale, il buffone è colui che prende la metafora alla lettera e, riconducendola al suo significato letterale, praticandola ovunque come un gesto quotidiano, ne esaurisce ogni sovrasenso e la svuota.

Non è forse un principe, Gonnella, quando beffa il prete che ha rifiutato di assolvere un cameriere? La novella di Matteo Bandello che racconta questa beffa si apre e si chiude in un «non più»: è il sintagma mediante cui il novelliere tenta di seguire i travestimenti del buffone («prencipe, non più Gonnella»; «Gonnella, non più prencipe»), come se perfino la novella, che per definizione si presta al movimento e alla sorpresa, fosse colta in un leggero ritardo rispetto alle repentine metamorfosi del buffone. Una natura camaleontica, dunque, una composizione di qualità di cui sarebbe inesatto affermare, tanto quanto negare, che gli appartengono; un ladro di identità che lo possiedono per qualche ora e che egli, subito, dimentica, ridendo di questa effimera, attendibile appropriazione. O meglio, l’identità, qualunque identità, per Gonnella, è essenzialmente ridicola, effetto, inevitabile, di un gioco, materia prima di un’arte che finisce per coincidere con l’interezza della sua vita. «Uomo del mondo non ci era che lo conoscesse», conclude pertanto il Bandello, e le sue parole sembrano trovare una singolare conferma nel quadro che lo ritrae.

Poiché il quadro di Fouquet riesce a farci presagire, nella sua immobilità, questo passare tra un soggetto e l’altro destreggiandosi in una lunga serie di «non più», che è tipico dell’arte del buffone. Gonnella è tra il triste e l’allegro, così come è tra un principe, un prete, se stesso e un cameriere. Quante le mimiche che il buffone può esprimere, tanti i ranghi cui egli accede, altrettante le divisioni sociali liquidate nella breve durata della sua comparsa. Se la regola della divisione degli stili prevedeva, come una correlazione implicita, una fissità dei ruoli e dei caratteri, il buffone, invece, si porta dietro un mondo in cui tutto è scivoloso, e dove l’uomo, vagando per ogni genere di vita, non può fermarsi, ma, al più, esercitarsi a cadere, perdere l’equilibrio sempre più magistralmente, fino a convertire la caduta in uno spettacolo godibile (è la grande etica che muove i film di Buster Keaton).
La capacità di mimetizzarsi tra le varie tinte degli umori non manca dunque di un risvolto politico. Quasi la sospensione che egli incarna contagiasse, inevitabilmente, la nostra facoltà di giudizio, Gonnella ci costringe a diventare più discreti. Posto di fronte a uno spettatore intento a individuarne affetti e condizione, egli scompare.

gonnella

1 Cfr. GINZBURG, Jean Fouquet. Ritratto del buffone Gonella, Franco Cosimo Panini, Modena 1986, p. 15.
2 Ivi, pp. 29-30.
3 Cfr. GINZSBURG, op. cit., p.29.
4 BANDELLO, Novelle, Bur, Milano 2010, p. 586.

Questo articolo è comparso su “Accorretti”, n. 0, 12-15/04/2018

Introduzione/Manifesto

Ormai passato è il tempo di prima. Nella linea tutta dritta e implacabile che congiunge passato e presente; nell’orizzontalità dello stame dipanato tra il pollice e l’indice di una parca fattucchiera e puttana; nella logica  un po’ chierichetta che sempre vive tra un punto in cui le cose erano e un punto in cui le cose sono e saranno; nella retta che i bambini (bravi bambini) disegnano a scuola (sui quadretti dei quaderni) rosso sangue (prima di Cristo) e blu notte (dopo di Cristo); nella nostra calma, encefalogrammaticamente piatta consequenzialità della Storia; nel flaccido e lordo cordone ombelicale che unisce con scandalo e ingenuità causa ed effetto; l’evento è giunto. Giunto è l’evento e grande il suo mandato.

È sceso a perpendicolo spezzando il corso degli accidenti; cambiando direzione al vortice di risucchio dell’enorme water del destino umano, moto perpetuo, loop implacabile, discorótto fecale e acquoreo (con buona pace di spazzoloni o di sturalavandini). Così, mentre gli uomini s’apprestavano senza più a scendere scendere scendere come stronzi verso la fogna, non qualcosa ma LA COSA è avvenuta.

Una tacca è stata calata come ghigliottina sulla linea periodizzante che voleva il nostro secolo essere il più lieto e il giammai carco di tribolazione, il vuoto s’è allargato nel pieno della realtà: un punto di non ritorno, un anno zero, un post quem, un al di là: noi vi annunciamo l’Evento a cui tutti avete già messo parteciperò (oibò, oibò). Noi siamo dell’Evento la notifica ineliminabile, l’assillo, l’allarme titillante, il trillo emmessenneiano (e, per questo, messianico), l’avviso di garanzia, l’ACHTUNG tout court.

Non chiedeteci quale sia il punto d’origine della festa, l’epicentro del pandemonio idro-tellurico: troppo ovvio: troppo scontato. Ma in fondo diciamolo, giusto per scrupolo, per far capire quale sia ormai il centro del mondo, l’anus lubrificato che collega l’intestino crasso del microcosmo al cesso del macrocosmo, piccolo tempo e Gran tempo, dove tutto e niente possono succedere all’unisono e sono la stessa cosa: Macerata.

Macerata, macerata e malcelata alle televisioni nazionali per omicidi bestiali, spaccio e terrorismo fascista. Macerata dove ha vinto lega e ha fatto vincere lega, dopo tutto. Macerata ca/pitale del/la Cul/tura (Macerata pitale del Cul), Macerata sotto la neve, sotto i terremoti, sotto tutto, Macerata tutta maceria, macello, in mezzo alle dolci colline marchigiane, i capretti e i passeri solitari, il mare a solo mezz’ora, il ciauscolo. E Macerata nei talk show, dove i compunti conduttori si chiedono come tanti giovani Holden non cresciuti: “ma dove vanno tutti gli spacciatori dei giardini diaz quando arriva la retata invernale?” Perciò: sei di Macerata se… sei di QUESTA Macerata, passata proprio inspiegabilmente dall’essere città tra le più vivibili a quelle più vivisezionabili, inferno voodoo, santuario mussoliniano, labirinto, sortilegio.

Ecco dunque: nel bel mezzo del buco del bel culo del Bel Paese l’Evento è accaduto, sta accadendo proprio mentre leggi queste righe, carissim*. Perciò attent*, e segui per bene il percorso: arriva ai cancelli, quelli grandi e neri, entra, attraversa la soglia limacciosa senza uccidere troppe stelle marine, pèsta solo i sampietrini più piccoli e quelli dispari, prendi a destra, per via Mozzi, prosegui dritto, non troppo, massimo cento metri, ecco, così, lo senti l’odore della mensa universitaria? Bene, prendi di lì, a sinistra, ci sei: sei nel varco, nell’occhio del ciclone, nel ciclone stesso che inverte sensi e direzioni, convinzioni, pose e posizioni, sei in Accorretti.

Accorretti: vicolo trasversale e semibuio, strappo nella cartina del centro storico, tratto sghembo, zona purgatoriale dove l’ascensore-acheronte fa la spola tra l’inferno-spaccio-diaz e il paradiso dei cocktail bar con alle pareti l’orologio del DUCIE (come sei dùce, ducie, in mezzo alle nere cannùcie del giovedì sera).

Accorretti: fica che genera e fica che prende, portale tra presente e futuro, stargate biblico tra reale e virtuale, tra il tutto e niente, tra il dove siamo e il dove mai (non) saremo (?).

Accorretti: salvifica ferita al cuore di Macerata (non alle spalle, non indiscriminata), taglio in suppurazione i cui germi siamo noi, collettivo di fantasmi, di ottantenni gentili e discreti, di scrittori ingiustamente dimenticati, di fumettisti, traghettatori, arlecchini, orlandi furiosi, birbanti, malandrini, pinocchietti di legno, eccetera e cetera (cioè le cose che rimangono, che avete lasciato correre, che avete pensato cancellate, nella leggerezza di credere che la realtà cominci quando si chiude (ma poi quando si chiude?) lo schermo del portatile, quando si appoggia il telefono accanto al comodino dove sta come sveglia). Ma i cui germi siete anche voi, inoculatori inconsapevoli, untori vostro malgrado, sprovveduti portatori di sana e sacrosanta malattia. Sei di Accorretti se… sei.

L’Evento è Accorretti, in Accorretti è l’Evento. Qui professiamo l’inizio ufficiale della festa, la dismissione di tutto ciò si ritiene veramente falso e ingiustamente vero: la scrittura inizia dove finisce questa frase. La realtà comincia quando facciamo questo

enjambement: con nonchalance, mon amour, don’t worry.

Abbiamo detto festa, ma potremmo dire anche “gruppo facebook”, orgia, baccanale, carnevale, partita a briscola, corteo funebre: non cambia dove tutto vale tutto, e dove tutto ormai si può dire. L’Evento ha permesso la rottura di diaframmi e imeni: la città ha mostrato il suo vero volto, ha perso la sua innocenza e la sua fama di verginella virtuosa e senza macchia. Nel pantano maceratese, cioè in quello italiano, la sassata dell’Evento ha smosso i fondali, fatto scappare vipistrelli, pesci gatto e polpi eptatentacolari dai recessi oceanici. Le onde concentriche del colpo stanno propagandosi, trasformandosi nell’imprevedibile, diventando scrittura, disegno, scossa sismica. L’Evento, dice il detto, smuove mari e monti, mandrie e mostri. Per volere di Accorretti qui stanno impressi tratti e lettere che ormai non sono più nostri, che fluttuano nella dimensione del “mai veramente accaduto”.

Seguendo le somme indicazioni di Accorretti, i consigli di Lui, luogo, profeta e protagonista dell’Evento, forniamo altre brevi delucidazioni su questo limbo tutto prosa e fuori.

Cosa è questo volume: vademecum dell’Evento, bugiardino, incunabolo, papiro multiuso, carta avvolgi-fritto, vangelo apocrifo, libello porno, Bildungsroman d’appendice, calendario Pirelli, corriere incontri, hentai softcore, letteratura prossima al Pulitzer, album di famiglia, seicentina, bestiario, bestemmia, bestemmia colorita, bestemmia trattenuta, bestemmia a mezza bocca, bestemmia con pentimento, bestemmia senza pentimento, bestemmia involontaria, bestemmia volontaria, bestemmia gratuita, bestemmia dovuta, preghierina della sera, opera prima, opera omnia, opera aperta, opera semichiusa, opera accostata, fioretto, voto di castità, contratto d’affitto, patto col lettore, manuale delle giovani marmotte, antologia delle medie, abecedario, trattato di semiotica generativa (la gioventù è tutta un grande seminario).

Cosa non è questo volume: rivista, letteratura come non ve l’aspettate, letteratura dove non ve l’aspettate, urlo, schiaffo, conato di vomito per quello che è successo e che sta succedendo, spasmo testuale, manate e pugni contro la tastiera che scrive queste parole, incarnazione di squisiti spiritelli e autori innominati, bestemmia meno bestemmia delle più fetenti chiacchiere che si sentono in giro e che si leggono dabbasso, silenzio soprattutto.

Eccoci dunque arrivati, nostr* carissim*, al cospetto del sommo e misericordioso Accorretti, divinità testuale, apocalittica e androgina.

Apri con acrimonia e con bavosa lentezza domenicale le pagine che seguono: suggile, scorticale, disepitèliale, arrotolale, desquamale, bruciale, facci aeroplanini e filtrini. Ma non leggerle. Perché non si può leggere quello che non è mai stato scritto, non si può interpretare un buco in mezzo al foglio. Al massimo seguine i contorni col dito, cerca di perderti nei disegni, mentre appiccichi il naso alla pagina per sentire l’odore acido dell’inchiostro. Se vuoi leccale, ma non leggerle.

Oppure leggile, con filologica parsimonia, con puntiglio da mentecatto, perché ogni singola lettera che segue, ogni più piccolo puntino di sospensione è un tutto-significato, è un atomo inscindibile di senso, un grammo di sèma e di seme fecondante. Perché tutto quello che segue non è nient’altro che il Vero, il Bello, il Sommo Bene.

D’ora in poi non ci potrà essere più limite, ma solo soglia: solo una pura, radicale e coerente ambiguità, carissim*. Fino a che non sarà chiaro il fatto che esistiamo molto più di tutti voi.

index

Questo articolo è comparso su “Accorretti”, n. 0, 12-15/04/2018

Accorretti x Ratatà 2018

Abitare la frattura, registrarne i presenti atti scomparsi, ci impegna all’azione. Fra finzione e realtà, il gioco del distacco registra le sovrapposizioni che investono la nostra dimensione prima del loro inevitabile esaurimento.

Accorretti, per questo, non poteva non esordire al Ratatà, vestirsi da editore e presentare il suo primo cartaceo. Un numero zero, come rituale obbligato, che potrete acquistare da Venerdì 13 aprile al Mercato delle Erbe di Macerata — sede della mostra mercato collegata al Festival.

Segue una breve galleria con il materiale in vendita: